giovedì 20 settembre 2007

La base di Bumbuna Falls, La base de Bumbuna Falls, Bumbuna Falls gest house


Abitante del villaggio di Bumbuna. Femme du village de Bumbuna.
Woman from Bumbuna village.


Le Cascate di Bumbuna. Les cascades des Bumbuna. The Bumbuna Falls.

La casa di Bumbuna Falls. La maison de passage de Bumbuna Falls.
The gest house of Bumbuna Falls.



Le zanzare e le rane sono state un incubo continuo per tutte le notti che ho dormito nella nostra base di Bumbuna Falls. La gest house si trovava sopra una collinetta che dominava la valle del fiume Seli ed il villaggio di Bumbuna. Lo spettacolo che si poteva ammirare dall'alto era vario e piacevole: il villaggio con le sue grandi capanne con il tetto in lamiera, il fiume Seli, il rumore monotono della cascate, le montagne piene di rigogliosa vegetazione.
Al tramonto le zanzare vanno alla ricerca di cibo cioè di sangue: a centinaia ci assalivano. Avevamo tutti le camicie con le maniche lunghe abbottonate ed il colletto alzato. La parte bassa dei pantaloni era o dentro le spesse calze militari oppure legati con spago per impedire alla zanzare un attacco dal basso. Creme e liquidi antizanzare erano diventati onnipresenti. La camerata dove dormivamo era quasi sempre ermeticamente chiusa, salvo quando il "boy" doveva fare le pulizie. Fastidiosissime e noiosissime ognuno di noi combatteva la propria "guerra" contro queste bestiole tanto piccole quanto pericolose. Per fortuna nessuno di noi si ammalò di malaria. Neanche la squadra dei topografi inglesi che passava lunghi periodi in foresta dormendo in tenda. Che vita che hanno fatto. Erano tutti ex militari. Uomini di poche parole ma pronti ad ogni sacrificio pur di portare a termine il loro lavoro . Antony era il loro capo; parlava solo lui; gli altri ubbidivano e parlavano poco. Antony ci raccontava di serpenti, di scorpioni e di animali feroci incontrati nel profondo della foresta. Per me erano armati, ma non posso esserne sicuro; non avevo mai visto un'arma da fuoco tra il loro ricco equipaggiamento; ogni tipo di pugnale si, ma armi no, mai viste. Li ammiravo in silenzio. Sembravano dei "rambo"; mai un lamento o una imprecazione contro i pericoli. Noi italiani invece eravamo una continua lamentela contro tutto e tutti....vabbene ognuno ha i suoi lati positivi e negativi. Altro animale che ci impediva di dormire erano le rane, assomigliavano a rospi, che a centinaia uscivano di notte. La zona intorno la gest house ne era infestata. Ed ogni notte dovevamo subire un concerto che ti entrava nel cervello. Il primo a scoppiare fu il sondatore della società che ci faceva i sondaggi; non ricordo il suo nome, ma lo chiamerò Vincenzo. Costui era anche "fuochista" cioè colui che da fuoco alle micce per far esplodere la dinamite nelle cave. Ma qui in particolar modo faceva brillare la dinamite per la geofisica. Non ne poteva più. Ogni notte si alzava e usò ogni mezzo per zittire questi rompiscatole di animaletti. A bastonate, con secchi d'acqua, con urlacci, con sassate. Niente, tutto inutile. Notti su notti quasi in bianco. Il povero uomo era ridotto ad uno straccio. A nulla servivano i tappi alle orecchie. Era più forte di lui: doveva eliminarle e basta. E venne il giorno, cioè la notte della riscossa di Vincenzo.
Preparò delle piccolissime cariche di dinamite e le disseminò tutte intorno la nostra gest house. Le collegò elettricamente con i detonatori elettrici inseriti dentro esplosivo. Non ci disse nulla. Arrivammo a casa stanchi morti. Ognuno cercava di proteggersi dalle zanzare. Chi si riposava, chi metteva in ordine il lavoro della giornata. Vincenzo per una volta non si lamentava di niente, tanto che gli chiedemmo se si sentiva bene: benissimo, rispose con un accento fiero. Cenammo a lume delle lampade a petrolio con pasta al pomodoro e cacciagione alla griglia. Poi alcuni si accomodarono per il caffè. Sembravamo tutti in attesa di qualche evento; di qualcosa che si respirava ma non capivamo l'odore. Qualcuno cercava di prendere una qualsiasi stazione italiana con una grossa radio tedesca e qualche volta ci riusciva. Ogni tanto venivamo a conoscenza di qualche evento politico, ma a pochi interessava. Invece la domenica pomeriggio sentivamo le partite di calcio. Si fece tardi. Le zanzare diminuirono di numero. Vincenzo non era impaziente di andare a riposarsi. Fumava una sigaretta dietro l'altra. E intanto come da un segnale prestabilito iniziò il concerto delle rane sempre in crescendo. Chiudemmo le imposte delle finestre, lasciate aperte con la sola protezione delle zanzariere. Ma la casa era di legno. Le rane sembravano una infinità. Un pallido quarto di luna brillava in cielo appena sopra le cime degli enormi alberi della foresta. Ormai anche la gente del villaggio aveva spento gli ultimi fuochi e si erano ritirati dentro le loro capanne. In lontananza un latrato di cane, ma si percepì poco per quanto era amplificato il coro delle rane. Tutti prima o poi raggiunsero il loro letto e si prepararono a passare la notte chiusi dentro le bianche zanzariere. Vincenzo rimase da solo nella grande stanza. Una fioca candela gli faceva compagnia. L'odore acre delle sue sigarette lo aiutava a tenere lontano le zanzare. Verso le 23.00 Vincenzo svegliò tutti spiegandoci cosa aveva preparato. Quindi ci disse se volevamo assistere allo spettacolo. Qualcuno gli diede del pazzo, altri invece si complimentarono con lui. Nel villaggio ormai non si vedeva più nessuno. Tutti i fuochi erano ormai consumati. Anche i cani non si sentivano più. Solo le dannate rane seguitavano a chiamarsi l'un con l'altra con la voce sempre più rauca, ma ancora per poco. E ad un tratto iniziarono i fuochi di artificio. Scoppi a ripetizione e bagliori rossastri e bluastri ricoprirono l'intera area che circondava la nostra casa. Era quasi divertente. Per fortuna gli scoppi non erano pericolosi poiché Vincenzo sapeva bene come usare l'esplosivo. Finiti i fuochi d'artificio, cadde un silenzio di tomba. Vincenzo aveva vinto la sua guerra personale contro le rane. E così per almeno una settimana potemmo riposare quasi in silenzio; i rimpiazzi, però, iniziarono ad arrivare piano piano. E la musica notturna ricominciò.
La mattina seguente durante la colazione notammo uno strano silenzio. Non si sentiva nessuna voce provenire dal villaggio. Il boy non era ancora arrivato. Mi affacciai dalla finestra e vidi con paura che il villaggio era completamente vuoto. Tutti pensammo che qualcosa di grave deve essere accaduto. Ci facemmo coraggio ed andammo a piedi verso la casa del capo villaggio. Tutte le porte erano sprangate. Solo qualche gallina ed un cane vagavano senza meta. Nessuno. Ma come è possibile? Bussammo ripetutamente alla porta della casa del capo villaggio senza ottenere risposta. Finalmente costui, senza aprire l'imposta, ci gridò di lasciare il villaggio e di ritornare a Freetown poiché durante la notte erano arrivati i banditi dalla vicina Guinea a fare razzie. E così capimmo come stavano le cose. Si erano tutti impauriti, con ragione, a causa degli scoppi della notte passata. Faticammo parecchio per convincere il capo villaggio che eravamo stati noi a far esplodere la dinamite per uccidere le rane. Ma fu dura. Perdemmo un giorno di lavoro. Ripetemmo in miniatura gli scoppi della notte passata. Solo così riacquistammo la fiducia degli abitanti. La nostra guida ci pregò di comperare una mucca per offrire carne a tutto il villaggio. Fu così che facemmo una grande festa con danze e canti fino all'alba ubriachi di birra locale. Venne gente anche da qualche villaggio vicino. Da quel giorno il capo villaggio diventò il nostro confessore a cui raccontavamo ogni nostro movimento.

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Les moustiques et les grenouilles ont été mon cauchemar durant toutes les nuits que j’ai passées dans notre base de ‘Bumbana Falls’. La maison de passage se trouve sur une petite colline qui domine la vallée du fleuve Seli et le village de Bumbana. Le spectacle que l’on peut admirer depuis cette hauteur était varié : le village avec ses grandes cabanes aux toits en tôles, le fleuve Seli, les montagnes recouvertes d'une végétation dense. Le bruit monotone de la cascade nous tenait compagnie.
Mais au crépuscule les moustiques allaint à la recherche de nourriture; ils nous assaillaient par centaines ! Nous avions tous des chemises à manches longues fermées jusqu’au dernier bouton et le col relevé. Le pantalon était rentré dans les épaisses chaussettes militaires, ou bien était noué avec de la corde pour empêcher une attaque de moustiques par le bas. Crèmes et lotions anti-moustiques étaient de rigueur. La chambre dans laquelle nous dormions était presque toujours fermée hermétiquement. Chacun de nous menait sa propre guerre contre ces bestioles extrêmement ennuyeuses et agaçantes, tellement petites mais cependant dangereuses. Heureusement aucun d’entre nous n’a contracté la malaria. L’équipe des topographes anglais qui passait de longues périodes dans la forêt en dormant sous tente a eu cette même chance. Ils ont tout de même eu la vie très dure. Ils étaient tous ex-militaires. Des hommes peu bavards mais près à tous les sacrifices pour porter à terme leur travail. Antony était leur chef ; je ne parlais qu’avec lui ; les autres obéissaient et parlaient peu. Antony nous a parlé des serpents, scorpions et des animaux féroces qu’ils ont croisés dans les profondeurs de la forêt. A mon avis ils étaient armés, mais je ne peux en être sûr ; je n’avais jamais vu d’arme à feu parmi leur équipement; fourni de tous type de couteaux. Je les admirais en silence. On aurait dit des "rambo"; jamais une plainte. Par contre, nous les Italiens, nous lamentions tout le temps contre tout et tout le monde… tout le monde a ses côtés positifs et négatifs. L' autre animal qui nous empêchait de dormir était la grenouille. La nuit sortaient par centaines. La zone autour de la maison de passage en était infestée. Et chaque nuit nous devions subir un vacarme qui envahissait le cerveau. Le premier qui explosa fut le sondeur de la société qui nous faisait les sondages ; je ne me souviens plus de son nom, mais on le nommera Vincenzo. Il était aussi “allumeur”, c’est-à-dire la personne qui allume la mèche pour faire exploser la dynamite dans les grottes. Il n’en pouvait plus. Toutes les nuits il se levait et essayait n’importe quel moyen pour faire taire ces animaux. A coups de bâtons, avec des seaux d’eau, des cailloux, des insultes. Rien, toute tentative était inutile. Les nuits blanches succédaient aux nuits blanches. Le pauvre homme était exténué. Les bouchons dans les oreilles ne servaient a rien. C’était plus fort que lui: il devait les éliminer et c’est tout. Et puis vint le jour, ou plutôt la nuit de la revanche de Vincenzo. Il prépara de très petites charges de dynamite et il les dispersa tout autour de notre maison de passage. Il les relia électriquement aux détonateurs insérés dans les explosifs. Il ne nous informa pas. Nous arrivâmes à la maison très fatigués. Comme d'habitudes, chacun d’entre nous cherchait à se protéger des moustiques. Certains se reposaient, d’autres mettaient de l’ordre dans le travail de la journée. Vincenzo pour une fois ne se lamentait de rien, si bien que nous lui demandâmes si tout allait bien : très bien, répondit-il avec un accent ironique. Nous dinâmes à la lumière des lampes à pétrole des pâtes sauce tomate et du gibier grillé. Puis certains prirent le café. Nous avions tous l’air d’attendre un quelconque évènement; quelque chose que nous respirions mais que nous ne comprenions pas encore. Quelqu’un cherchait à capter une station radio italienne avec un gros récepteur allemand et parfois il y parvenait; nous étions mis au fait de quelques évènements politiques, mais cela intéressait peu de monde. Le dimanche nous écoutions d’habitude le match de foot. Il commençait à se faire tard. Les moustiques diminuèrent. Vincenzo n’était pas pressé d’aller se reposer. Il fumait cigarette sur cigarette. A un moment comme si elles obéissait à un signal, le concert des grenouille débuta en crescendo. Nous fermâmes volets et fenêtres. Mais la maison était en bois. Les grenouilles étaint une infinité. Un quart de lune pâle brillait dans le ciel à peine au-dessus des cimes des énormes arbres de la forêt. Désormais les gens du village avaient eux aussi éteint les derniers feux et s’étaient retirés dans leurs cabanes. Au loin un chien aboyait, mais c' était à peine perceptible, couvert par le vacarme des grenouilles. Tout le monde avait petit à petit rejoint son lit et se préparait à passer la nuit entouré des moustiquaires blanches. Vincenzo resta seul dans la grande pièce. Une bougie lui faisait compagnie. L’odeur âcre de ses cigarettes l’aidait à éloigner les moustiques. Vers 23h00, Vincenzo réveilla tout le monde expliquant ce qu’il avait préparé. Il nous demanda si nous voulions assister au spectacle. Certains le traitèrent de fou, d’autres au contraire le félicitèrent. Il n’y avait désormais plus aucune animation dans le village. Tous les feux étaient éteints. Les chiens aussi étaient silencieux. Seules les maudites grenouilles continuaient leur tintamarre de leur voix toujours plus rauque. Et tout d’un coup commencèrent les feux d’artifice. Des détonations à répétition et des flashs bleuâtres et rougeâtres recouvrirent entièrement la zone qui entourait notre maison. C’était presque amusant. Heureusement les détonations n’étaient pas dangereuses car Vincenzo connaissait bien le maniement des explosifs. Les feux d’artifice terminés, un silence de plomb tomba. Vincenzo avait gagné sa guerre personnelle contre les grenouilles. Ainsi pendant une semaine nous avons pu nous reposer presque en silence. Les remplaçantes, cependant, commencèrent à arriver petit à petit. Et la musique nocturne recommença.Le matin suivant durant le petit-déjeuner, nous remarquâmes un étrange silence. Aucune voix ne nous parvenait du village. Le boy n’était pas encore arrivé. Je vis avec angoisse que le village était complètement désert. Nous pensions tous que quelque chose de grave devait être arrivé. Nous sommes allés à pied vers la cabane du chef de village. Toutes les portes étaient grande ouvertes. Quelques poules et des chiens vaquaient sans but. Personne. Mais comment était-ce possible ? Nous avons frappé plusieurs fois à la porte du chef du village sans obtenir de réponse. Finalement celui-ci, sans ouvrir la porte, nous cria de laisser le village et de retourner à Freetwon, parce que durant la nuit les bandits étaient arrivés depuis la Guinée voisine pour faire des razzias. A ce moment là nous avons compris ce qui s’était passé. Ils avaient tous eu peur, à raison, des détonations de la nuit passée. Nous nous sommes donnés beaucoup de mal à convaincre le chef du village que nous étions à l’origine de ces explosions, pour tuer les grenouilles. Mais ça a été difficile. Nous avons répété en miniature les explosions de la nuit passée. Uniquement de cette façon nous avons regagné la confiance des villageois. Notre guide nous conseilla d’acheter une vache pour offrir de la viande à tout le village. C'est ce que nous avons fait une grande fête arrosée de bière locale avec danses et chants dura jusqu’à l’aube. Des gens du village voisins se joignirent à nous. Depuis ce jour le chef de village devint le confident auquel à qui nous racontions tous nos déplacements.

mercoledì 12 settembre 2007

La diga di Bumbuna Falls, Le barrage de Bumbuna Falls, Bumbuna Falls Dam.


Il ponte di liane, e sotto il passaggio "italiano".


La mia casa a Freetown, in 112 Wilkinson Road. Ma maison a Freetown.
My house in Freetown.
Anno 1971 durante la prima fase sel progetto di fattibilità.
Ho conosciuto la Sierra Leone prima della decennale guerra civile che ha devastato l'intera nazione.
Credo che sia uno dei più grandi Paesi estrattori di diamanti. Ma anche con tanta ricchezza il popolo non ha una vita decente. La Sierra Leone si affaccia sul Mare Atlantico e le sue coste sono da cartolina; protette al largo da barriere coralline. L'acqua marina è trasparente, calma, calda, rilassante, le onde assomigliano a quelle del mar Mediterraneo. Li ho fatto conoscenza con i fondali marini; a pochi metri dalla riva si possono ammirare banchi di pesci variopinti che nuotano tranquilli. Mi colpirono i colori brillanti del pesce pappagallo che si lasciava avvicinare quasi ad accarezzarlo. Arrivai di notte all'aeroporto internazionale di Lungi che si trova a 40 km da Freetown. L'umidità era talmente alta che mi ritrovai con la camicia completamente appiccicata alla mia pelle. Cominciamo bene, dissi tra me e me. Infatti , durante la stagione delle piogge l'umidità raggiunge il 95 %. Il clima è tipicamente tropicale. La nostra casa si trovava sopra una collina che si affacciava sulla stupenda baia di Freetown. La spiaggia è da sogno. Sabbia gialla finissima.
Il nostro luogo di lavoro era abbastanza all'interno verso est, dopo la città di Makeni, tra la zona montagnosa del Seli River. Fiume calmo, ma se piove tanto nell'interno, diventa minaccioso senza preavviso. La nostra squadra della geofisica ne sa qualcosa.
All'inizio del progetto non esisteva una pista percorribile con un fuoristrada per arrivare sul sito diga. Ci si arrivava a piedi in circa 6 ore di marcia. Ero costretto ad organizzare una squadra di portatori. Passavo sul sito qualche giorno e poi di nuovo indietro fino alla pista dove c'era un piccolo villaggio; qui lasciavo il fuoristrada ed avevo affittato una capanna. Una sera all'improvviso arrivò uno di quei famosi temporali tropicali. Tutti bagnati fino alle ossa ci riparammo dentro delle capanne di un minuscolo villaggio, ma la violenza della pioggia era tale che il tetto di paglia lasciava passare l'acqua. Dopo qualche ora il temporale cessò. I portatori erano impazienti di ritornare a casa e camminavano a piedi scalzi con una velocità ed una perizia impressionante. Facevo veramente fatica a stare dietro a loro. La notte era buia come la pece; non vedevo più nessuno; sentivo ogni tanto qualche borbottio o scambi di parole niente altro; era come se camminassi ad occhi chiusi. Mi ricordavo che ad un certo punto dovevamo passare su di un tronco d'albero messo di traverso per passare sulla sponda opposta di un torrente. Ero molto attento. Ma ci caddi dentro in pieno. Per fortuna la piena non era ancora arrivata. Con molta difficoltà riuscii ad attaccarmi a dei rami di un albero. Sentivo le voci dei miei soccorritori. Non vedevo le sagome dei loro corpi ma solo il riflesso della poca luce sui loro denti bianchissimi. Mi tirarono fuori. Sentivo freddo. I portatori ripresero il cammino di ritorno sempre più veloci. Camminavano scalzi per sentire meglio dove appoggiavano i piedi. Era tardi ed ero stanco ed affamato. Brividi di freddo attraversavano il mio corpo. Adottai la tecnica di attaccarmi alla cinta della guida. Gli scarponi erano pesanti di fango e zuppi d'acqua ed era faticoso stargli dietro. Ogni tanto ero costretto a ricordagli di ridurre l'andatura, ma tutti avevano paura di muoversi di notte nella foresta a causa di eventuali felini predatori.
Arrivammo a notte fonda. Il villaggio sembrava deserto. Tutti si erano rintanati nelle loro capanne. Qualche raro cane girava qua e la. Per fortuna uno dei portatori aveva avuto la buona idea di avanzare veloce per arrivare prima del gruppo per avvisare il villaggio. Mi avevano preparato un bel fuoco dentro il mio alloggio. Trovai un gradevole calduccio anche se il fumo mi faceva lacrimare. Una rapida cena a base di cacciagione alla griglia, un paio di aspirine, e in un attimo mi ritrovai nel mio letto da campo, dentro la zanzariera. Ci prendemmo un paio di giorni di riposo; la squadra dei portatori aveva ripreso il sorriso di sempre. Il sole ritornò implacabile accompagnato da un tasso di umidità elevato fino al prossimo temporale tropicale. Ma non commisi più lo stesso errore.

domenica 9 settembre 2007

Ethiopian Millennium



L'undici settembre l'Etiopia ha festeggiato l'entrata nel nuovo millennio: anno 2000. Non solo in tutta l'Etiopia si è fatta gran festa, ma anche in altre città del mondo dove la comunità Etiope è presente numerosa. Così anche a Roma si è celebrata la festa dell'ingresso dell'Etiopia nell'anno 2000. Gli Etiopici adottano il calendario giuliano e sono indietro di 7 anni circa sul calendario gregoriano.
Il calendario giuliano è un calendario solare, cioè basato sul ciclo delle stagioni. Elaborato da Sosigene di Alessandria e in seguito adottato da Giulio Cesare, da cui prende il nome. Fu il calendario ufficiale dell'impero romano. Nel 1582 fu sostituito da Papa Gregorio XIII e fu chiamato calendario gregoriano.

mercoledì 5 settembre 2007

Algeri, Alger, Algiers







Tessuti tradizionali.
Un breve soggiorno per lavoro ad Algeri, capitale dell'Algeria che si affaccia sul Mar Mediterraneo. Di aspetto particolare i suoi palazzi tutti rigorosamente bianchi con le imposte verniciate di blu. Caotica come traffico ma nell'insieme pulita e ordinata. Strano a dirsi, ma qui le auto imbottigliate nel traffico non suonano il loro clacson come in altre città del Mar Mediterraneo.
Algeri in arabo significa "le isole". Il nome deriva da alcuni isolotti al largo sul mare antistanti la città e non più riconoscibili poiché inglobati nelle dighe foranee del porto.
Da visitare il Museo del Bardo che contiene una collezione di gioielli, armi, e una raccolta di costumi locali; la parte alte della città con la fortezza nota come la "casbah"; la vecchia moschea Jamaa el Kebir; interessante il giardino botanico.